Pino Lavecchia è un artista il cui processo creativo è in continua evoluzione, pur mantenendo  fermi i principali assunti della sua arte che rimandano a Metafisica e surrealismo. Accostarsi alle sue opere significa essere colpiti da un turbinio di emozioni che, forse, di primo acchito non si percepiscono a pieno. É necessario un attimo di riflessione per capire che ogni limite mentale può essere travalicato con la semplice fantasia della creatività. Metafisica e surrealismo sono quindi le correnti d’arte nelle quali si riconosce l’opera di Lavecchia, ed anche quelle opere che egli stesso definisce sill life, in realtà altro non sono che frammenti di metafisica, inseriti in contesti asettici e freddi che se non valutati dalla giusta angolazione possono far pensare a ripensamenti dell’artisita, a deviazioni o contraddizioni nel suo percorso artistico. “Si deve creare sistematicamente scompiglio: ciò mette in moto il processo creativo. Tutto quanto genera contraddizione è sinonimo di vita” – Salvador Dalí. La sua arte è senza dubbio segnata dalla sua passione per la scenografia, e certe composizioni si arricchiscono di forme e pensieri che solo apparentemente appartengono ad altri campi. Non ritengo che la sua estetica sia legata a quella del mondo classico, come si potrebbe pensare osservando alcune sue composizioni: egli estrapola forme e pensieri classicisti e li pone in contesti diversi, contraddittori e moderni divenendo un semplice pretesto di arricchimento del suo linguaggio visionario, inventando ed elaborando con straordinaria fantasia temi pieni di mistero e magia poetica, visioni architettoniche, piazze e statue solitarie, oggetti assurdamente avvicinati nella realtà, ma naturalmente vicini nei meandri dell’inconscio. Pino Lavecchia è un artista che rappresenta con raffinata e minuziosa tecnica, pensata ed apparentemente fredda, ogni oggetto o forma in spazi conclusi dai limiti stessi del disegno; non inventa forme nuove, bensì compone forme ed immagini reali collocandole in contesti irreali, quasi provocatori, spesso deformandole in modo innaturale, al limite del dada. Egli guarda continuamente il cuore dell’oggetto che (non) rappresenta, ne mostra quindi la sua interiorità svelando una verità che solo la mente e non l’occhio  può percepire.

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