Cos’è che fa scattare il momento magico dell’arte? Per Pino Lavecchia è la luce: quell’attimo di vita effimera, quella visione che appare e scompare nel battibaleno, quell’attimo in cui la realtà si esalta e si trasfigura, in cui la fantasia si libera come un volo di gabbiani. Le sue tele infatti nascondono un’infinità di sensazioni, di allusioni, di segrete intuizioni ricche di liricità, di silenzi, di malinconica poesia. Ne discende una visione di un mondo fantastico e allucinante, carico di significati visivi, letterali e psicologici, soprattutto quando immerge le sue scene in un’aura metafisica vibrante di pathos… L’artista oltre che per il colore, colpisce soprattutto per le forme, che nei suoi quadri si stagliano ma che a volte restano immobili con una fissità magica, forme che cercano tra loro un dialogo (a volte) impossibile. C’è come qualcosa di arcano che aleggia: il senso di una incomunicabilità compressa… e si cerca una chiave di comprensione, ma questa chiave resta nascosta. Ognuno si sforza a decifrare da sé l’enigma, ma i nessi sfuggono ed è come naufragare in un sogno… forse come suggerisce Freud bisogna scavare nel subconscio, riandare all’infanzia del pittore, rintracciare sensazioni e paure rimaste in lui. E’ infatti inquieto, instancabile, attento alla ricerca continua; pittore originale che interpreta, anima, materializza, spiritualizza. La sua pittura è una sapiente costruzione  di assonanze liriche fra colore e spazio, segni continui e spezzati, un uscire dalla bidimensionalità e dalla tridimensionalità mediante la giusta opposizione di segni e di aperture spaziali ottenute a volte con il colore diluito fino alla trasparenza, a volte con l’esplosione di ombre che si fanno emblemi di altre ombre inquietanti e incombenti per una vicenda cosmica e umana. Composizioni nuove le sue, arricchite da una forte scenografia che danno adito ad un racconto che sa di fiaba, di mistero, di incanto. La tendenza a desumere e rivivere in chiave fantastica i dati del reale appare in Pino Lavecchia dalla pluralità dei suoi lavori. Egli infatti è portato ad evadere in un assoluto fantastico con invenzione marcatamente immagine dove il segno più tangibile della tematica è dato da una comunione di reale e irreale, una interpretazione quasi freudiana tra immaginazione e realtà. E le sue immagini appaiono come violente abbreviazioni di una esasperata e aggrovigliata matassa interiore che si dipana su profonde riflessioni dell’inconscio, su magiche divagazioni della psiche. Ma a livello poetico, bisogna dire che la pittura di Pino Lavecchia appare come una lussureggiante e melodica espansione di fluenti punti di luce, di arabeschi densi e  avvolgenti come morbide piumosità atmosferiche, pittura, la sua, che rivendica l’affermazione di una specialità di lavoro, quindi il diritto di continuare a ricercare il potenziale interrogativo delle forme, la loro capacità di mobilitare la nostra attenzione, la nostra partecipazione. E allora quando intelligenza e sensibilità trovano una loro felice sintesi di una nuova scrittura di forme, ecco che veramente l’arte moderna svolge la sua funzione di rinnovamento ed offre “mappe”, come avviene nelle opere di Lavecchia, per decifrare l’avventura dell’Ulisside tecnologico.

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